Banche digitali, i fondi contro l’inglese Metro

Sono mesi complessi per le challenger bank europee che, su diversi fronti, stanno subendo attacchi del mercato e dei regolatori. Dopo gli scivoloni di Revolut e di N26, in questi giorni si è acceso un faro sull’inglese Metro Bank, la banca digitale nata poco meno di una decina di anni fa a Londra.

Iss, uno degli influenti advisor che orientano le scelte assembleari dei fondi, ha consigliato agli investitori di bocciare le remunerazioni del top management, soprattutto il bonus da 280 mila sterline previsto per il cfo David Arden. Un compenso ritenuto immeritato alla luce delle recenti performance. In gennaio infatti Metro ha rivelato al mercato un errore contabile che ha determinato la scorretta ponderazione di alcuni prestiti. Una notizia che ha pesantemente ridimensionato il valore delle azioni, anche a causa di un’ondata di vendite alla scoperto.

Proprio alla luce di quei fatti Iss ha consigliato ai soci di non votare la rielezione degli amministratori, compreso il presidente Vernon Hill e il ceo Craig Donaldson. Forti critiche sono state sollevate anche sulla validità delle attività di audit di Metro e sulla revisione contabile effettuata dalla PwC.

I problemi reputazionali registrati da Metro in questa fase sono per certi versi simili a quelli della rivale Revolut. La banca digitale presente dallo scorso anno anche in Italia è stata recentemente coinvolta in uno scandalo che ha costretto alle dimissioni il direttore finanziario Peter O’Higgins. Secondo quanto ricostruito dalla stampa britannica, nei mesi scorsi l’istituto avrebbe disattivato il sistema anti-riciclaggio che contrassegna i trasferimenti di denaro sospetti. Come risultato, attraverso la start up sarebbero transitate migliaia di transazioni illegali tra il luglio e il settembre del 2018, facendo scattare l’accusa di riciclaggio.

Revolut sostiene di aver a suo tempo denunciato l’attività illecita ai regolatori, ma la veridicità dei queste affermazioni è ora messa in discussione. Il caso, che ha costretto alle dimissioni il cfo al termine di un audit interno, non è peraltro l’unico scandalo che ha investito Revolut. Un’inchiesta pubblicata nei mesi scorsi dalla rivista Wired accusa la banca inglese di stressare eccessivamente i propri lavoratori tanto che il tasso di abbandono dei dipendenti sarebbe particolarmente alto.

Anche la tedesca N26 è finita sotto inchiesta dell’autorità di vigilanza per alcune presunte irregolarità gestionali. Nello specifico l’istituto è stato messo nel mirino dal regolatore tedesco dopo alcune proteste della clientela su supposte transazioni fraudolente e problemi nelle comunicazioni. Proteste riportate nello scorso mese di ottobre dal quotidiano Handelsblatt: sulla scia di quelle notizie di stampa la Bafin (la Consob tedesca) ha aperto un’indagine, facendo emergere numerose irregolarità.

Un’altra banca digitale tedesca, Wirecard, è invece inciampata sulla frode contabile. L’istituto ha dovuto allontanare un proprio manager nell’ambito di un’indagine su falso in bilancio. Il presunto colpevole avrebbe truccato i conti della divisione finanza per gonfiare i ricavi.

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