Banche digitali, ora Monzo vale oltre 2 miliardi

Anche se la stretta regolamentare e la competizione le stanno mettendo sotto pressione, le banche digitali hanno ancora forti ritmi di crescita. È di questi giorni la notizia che Monzo, la challenger bank inglese fondata nel 2015 da Tom Blomfield, Jonas Huckestein, Jason Bates, Paul Rippon e Gary Dolman, ha appena raggiunto una valutazione di due miliardi di sterline (2,22 miliardi di euro) dopo aver raccolto 113 milioni nell’ultimo round di finanziamento negli Usa.

All’operazione hanno partecipato il fondo di investimento Y Combinator, insieme a Latitude, General Catalyst, Stripe, Passion Capital, Thrive, Goodwater, Accel e Orange Digital Ventures. La scelta del mercato non è casuale: Monzo ha infatti appena avviato le attività negli States dove aprirà a breve i primi conti corrente per i consumatori. Già da luglio i vertici della società saranno nelle principali città USA per pianificare il lancio e incontrare altri potenziali investitori.

Vale la pena ricordare che proprio in queste settimane anche la tedesca N26, nota in Italia già da un anno e forte oggi di 3,5 milioni di clienti in Europa, sta preparando lo sbarco sul mercato USA. Il balzo oltre oceano dovrebbe avvenire nelle prossime settimane con l’obiettivo di fare di N26 un player sempre più globale.

Se insomma le banche digitali, a partire dalle challenger bank inglesi, sono in forte crescita, non mancano le incognite sul piano regolamentare. Recentemente ad esempio la Banca d’Inghilterra avrebbe scritto agli amministratori delegati dei principali istituti per segnalare alcune debolezze strutturali del modello di business, a partire dalle aggressive stime di crescita e dalla troppo disinvolta assunzione di rischi.

In sostanza secondo il regolatore, le challenger bank starebbero sottovalutando la possibilità di imbattersi in scenari avversi, soprattutto sul fronte del credito dove tendono ad assumere rischi non indifferenti. A essere sottostimate sarebbero le perdite potenziali in caso di inversione del ciclo economico, una miopia indotta anche dalla politica monetaria accomodante che si è registrata nell’ultimo decennio.

L’attenzione crescente del regolatore è probabilmente un atto dovuto viste le dimensioni che ormai ha assunto il comparto. Resta da capire però se i ritmi di crescita registrati in questi anni siano davvero sostenibili o se, come ipotizza l’organo di vigilanza inglese, siano figli di una sottovalutazione dei rischi di mercato. Una scoperta che probabilmente faremo presto.

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