Data analyst, la professione del futuro in banca

Volete trovare subito un’occupazione prestigiosa e ben remunerata nel settore bancario? Allora datevi ai big data. Se l’innovazione tecnologia è destinata a depotenziare alcune funzioni del passato che alla lunga potrebbero perfino scomparire, non c’è dubbio che la trasformazione in atto stia alimentando una forte domanda di nuove professionalità. E tra le più ricercate c’è sicuramente quella del big data analyst.

Secondo il World Economic Forum entro il 2020 i data analyst saranno tra le figure professionali più richieste nell’intero mondo del lavoro. Solo negli Usa la domanda delle aziende è cresciuta di ben sei volte rispetto a cinque anni fa e nei prossimi cinque anni il ritmo potrebbe perfino aumentare. Una previsione confermata da Ibm che nel sistema produttivo mondiale si attende 700.000 nuove assunzioni di data analyst entro il 2020.

Una tendenza condivisa anche dal mercato italiano, malgrado il ritardo generale che si registra sui temi dell’innovazione. Secondo recenti analisi, il 50% delle piccole e medie imprese del nostro paese intende assumere esperti di big data nei prossimi tre anni e, spesso, senza badare a spese. Basti pensare che oggi la professione è tra le più remunerate nell’intero mondo del lavoro. Un data analyst alle prime armi guadagna infatti fino a 50 mila euro l’anno, cifra che sfiora i 100 mila per i profili senior.

In questo contesto ovviamente le banche sono tra i soggetti potenzialmente più interessati proprio perché il bagaglio di informazioni di cui dispongono è tra i più ampi in assoluto. A Wall Street i grandi colossi del credito come JpMorgan e Bank of America hanno già avviato da tempo una battaglia senza esclusione di colpi per aggiudicarsi i talenti più promettenti usciti dalle università americane. Anche in Italia le banche hanno avviato campagne di recruiting per arruolare data analyst, ma non si tratta di un’impresa semplice. Lo dimostra un recente studio di Capgemini in base al quale il 62% dei dirigenti nel settore bancario ritiene che la penuria di talenti digitali si sia aggravata negli ultimi due anni, molto più di quanto sia accaduto in altri comparti come la grande distribuzione, l’automotive o perfino le assicurazioni.

A mancare all’appello nei grandi istituti di credito sono esperti di data analytics, intelligenza artificiale e informatica. Non che queste figure scarseggino sul mercato, ma è difficile attrarle in un settore come quello finanziario che, oltre a essere abbastanza lontano dai riferimenti culturali delle BigTech, offre oggi mediamente stipendi inferiori. Le banche per la verità hanno fatto qualche passo in avanti verso la tecnologia, creando ad esempio divisioni e ruoli dirigenziali estranei agli organigrammi tradizionali, ma fanno una gran fatica a riempire le caselle. Circa la metà delle grandi istituzioni finanziarie oggi ammette che arruolare professionisti IT (soprattutto esperti in data management e business intelligence) è davvero un’impresa.

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