Così le banche sottovalutano lo shock digitale

Nel mondo dei servizi finanziari si parla e scrive sempre di più sul tema dell’innovazione digitale. Il dibattito in corso è sicuramente utile per sensibilizzare un settore che, a detta degli esperti, ancora sottovaluta gli effetti della rivoluzione in corso. Lo dimostra un recente report di McKinsey secondo il quale le banche avrebbero ancora una percezione distorta della tecnologia.

In particolare molte società starebbero sottovalutando il lavoro necessario per digitalizzare il proprio modello di business. Non si tratta infatti solo di sviluppare app o piattaforme di internet banking, ma di rivisitare in profondità tutte le componenti dell’organizzazione interna. In assenza di questo sforzo, la banca rischia di rivelarsi inefficiente per i clienti e poco competitiva sul mercato. O entrambe le cose. Un’eventualità particolarmente rischiosa anche in termini economici. Secondo McKinsey, la digitalizzazione consentirà alla concorrenza di mettere sotto pressione ricavi e profitti. Già oggi gli attuali livelli di tecnologia hanno ridotto in media di sei punti percentuali i ricavi e di 4,5 l’ebit del settore. Ma l’impatto tra qualche anno potrebbe essere molto maggiore.

Se insomma la sottovalutazione della tecnologia è un problema serio per il settore, una seconda questione aperta è la difficoltà nell’individuare strategie efficaci. Attualmente infatti non c’è una definizione uniforme di banca digitale, soprattutto perché l’evoluzione delle tecnologie e delle abitudini di consumo è ancora imprevedibile. Si stima ad esempio che entro il 2025 saranno connessi oltre 20 miliardi di dispositivi digitali (circa tre volte la popolazione del pianeta), un bacino sterminato di clienti che imporrà alle banche una profonda revisione dei modelli di business. «Quello che hanno fatto gli smartphone negli ultimi dieci anni potrebbe colpire ogni settore industriale. Nessuno è immune», tagliano corto gli esperti di McKinsey.

In questo contesto il rischio maggiore per le banche è investire nei posti sbagliati. Finora ad esempio gran parte degli istituti ha scelto di digitalizzare la distribuzione, le vendite e i prodotti. Una strategia efficace nel breve periodo per venire incontro alle esigenze dei clienti, ma potenzialmente fallimentare se non sarà estesa alla supply chain e all’intero modello di banca.

Il pericolo infatti è che la struttura decisionale resti ancorata al passato, rendendo incompleta e inefficace la trasformazione. Al contrario, il modello che i consulenti suggeriscono di seguire è quello dei colossi tecnologici non bancari come Uber, Airbnb, Alibaba e Amazon, oppure delle challenger bank inglesi come Revolut o Monzo che hanno saputo prontamente abbracciare il concetto di open banking.

In definitiva i vincitori della trasformazione digitale saranno gli istituti che sapranno investire di più e trasformare più radicalmente e rapidamente il proprio modello industriale. Il primo passo per rispondere all’impatto della trasformazione digitale è riconoscere la sfida in atto, inclusa la rapidità e la portata del cambiamento all’orizzonte, spiegano i consulenti. Il passo successivo è costruire una strategia che risponda alle sfide: non basterà introdurre nuove tattiche digitali, ma sarà necessario aggiornare l’intera organizzazione aziendale, eliminando le strutture a silos e introducendo al loro posto processi agili.

Ma soprattutto uno dei passaggi fondamentali per le banche sarà acquisire o formare i talenti professionali necessari per la crescita del futuro. Serviranno infatti forti competenze in analytics, design, tecnologia, a dimostrazione del fatto che il fattore umano sarà ancora una volta l’elemento fondamentale della trasformazione. Di quest’ultimo aspetto purtroppo si parla ancora troppo poco nel dibattito attorno alla banca del futuro. Nell’interesse del settore ci auguriamo che il gap sia colmato presto.

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