Crypto in banca, il regolatore alza la guardia

Dopo anni di diffidenza, molte banche internazionali si stanno avvicinando al mondo dei cripto asset. Il caso più clamoroso è stato quello di JP Morgan che ha appena lanciato una valuta digitale per canalizzare i pagamenti all’interno della banca. Il processo non è sfuggito ai regolatori che cominciano a muoversi sul tema. Il Comitato di Basilea ad esempio ha lanciato un allert al sistema bancario, suggerendo di alzare il livello di guardia e di ottemperare ad alcuni requisiti minimi nella gestione dei cosiddetti crypto asset.

Secondo il comitato, la continua crescita delle piattaforme di trading dedicate a questa specifica asset class e lo sviluppo di nuovi prodotti finanziari stanno creando preoccupazioni sulla stabilità finanziaria e sui crescenti rischi affrontati dalle banche. Tra i pericoli indicati dall’organismo internazionale che sovrintende alla vigilanza bancaria ci sono rischi di liquidità, di mercato e operativi (incluse le possibilità di frodi e di cyber attacchi), senza considerare la minaccia legale e reputazionale posta dal riciclaggio e da possibili finanziamenti al terrorismo.

Prima di acquistare crypto asset o sviluppare servizi legati a questa tipologia di titoli, una banca dovrebbe quindi condurre un’analisi approfondita dei rischi sottostanti e dotarsi di una struttura gestionale preparata e soprattutto proporzionata all’esposizione complessiva. Non solo. Una valutazione dei rischi diretti e indiretti legati all’esposizione in crypto asset e ai relativi servizi dovrebbe essere incorporata nella misurazione dell’adeguatezza patrimoniale e di liquidità. Soprattutto il Comitato chiede alle banche completa trasparenza su ogni esposizione e un dialogo continuo con le autorità di vigilanza su tutte le operazioni in atto o previste in questo ambito.

Già nei mesi scorsi sul tema era intervenuta anche l’autorità bancaria europea (Eba) chiedendo nuove regole comunitarie sulle cripto valute. In un paper pubblicato all’inizio dell’anno l’organismo rileva che numerosi istituti finanziari possiedono direttamente crypto asset o li usano collaterale di prestiti e invita le autorità dell’Ue a condurre analisi più dettagliate per valutare le dimensioni del settore, analizzandone costi e benefici. Ciò permetterà di capire se intervenire o meno con nuove regole, per esempio imponendo obblighi di trasparenza. Tra gli elementi da valutare, continua l’authority, c’è anche il consumo di energia necessario per creare e gestire le criptomonete e l’impatto sugli obiettivi Ue di sviluppo sostenibile e lotta al cambiamento climatico.

Sugli asset digitali si è espressa anche l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (Esma) sottolineando che le regole per lo scambio di strumenti finanziari nell’Ue valgono solo per alcuni cryptoasset e l’applicazione non è sempre facile; per molti altri il quadro regolatorio esistente è inadeguato e «ciò pone concreti rischi per gli investitori che restano scarsamente protetti». Anche l’Esma suggerisce una risposta su scala europea. Già un anno fa l’Esma aveva messo in guardia gli investitori sui rischi connessi con l’acquisto di criptovalute nelle Ico, un processo che l’authority giudicava volatile, non trasparente e basato su tecnologie non testate.

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