Sella, quella banca tradizionale diventata boutique fintech

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Per essere una challenger bank, l’impegnativa definizione che i consulenti danno alle banche di nuova generazione, non bisogna necessariamente essere una startup.
Al contrario, sul mercato italiano sono diversi i casi di istituti storici che si sono parzialmente convertiti ai nuovi mestieri, allontanandosi dai canali del banking tradizionale. Uno di quelli che sta facendo più parlare di sé è Banca Sella. L’istituto privato di Biella ha una storia ultrasecolare, essendo stato fondato nel lontano 1886 dal nipote del ministro del Regno Quitino Sella.

In questi ultimi anni però l’attenzione del management si è spostata al mondo della finanza digitale dove la banca si sta muovendo con decisione, come dimostra il recente acquisto della startup Uk Vipera. Per conoscere meglio la strategia e gli obiettivi del gruppo riporto un estratto dall’intervista che l’ad e dg Pietro Sella (in foto) ha recentemente rilasciato alla collega Claudia Cervini dell’agenzia MF-Dowjones.

Domanda. Sella, come mai una banca di famiglia con una storia centenaria come quella di Sella studia da impresa fintech?

Risposta. L’informatica, le reti e l’intelligenza artificiale stanno creando discontinuità rispetto al modello industriale attuale che è accentrato, anche nei servizi. Si passa così a un business model decentrato, distribuito, digitalizzato e questo cambiamento ha un impatto su tutti i modelli di business. Se intercettato diventa un fattore di competitività: i Paesi che si adattano al cambiamento hanno imprese competitive, quelli che non lo fanno da questo punto di vista soccombono. La capacità di intercettare e produrre costantemente questa innovazione è di per sé un fattore competitivo. Occorre dotarsi della capacità di produrla.

D. D’accordo, è un problema di sistema Paese. Ma come Sella intende dribblare l’ostacolo?

R. L’innovazione nella nostra tradizione non manca, anzi. Siamo un Paese imprenditoriale e manifatturiero con molta innovazione ma oggi il concetto stesso di “innovation” sta cambiando. Oggi per metterla in moto serve un contributo interdisciplinare di soggetti che non sono soltanto i dipendenti o gli studiosi di centro di ricerca. Quest’ultima deve essere spontanea e deve nascere da un interscambio di soggetti. Ogni settore ha bisogno di un ecosistema aperto per rimanere competitivo.

D.Per questo avete lanciato a Milano il Fintech District?

R. Il progetto nasce proprio dalla volontà di creare un ecosistema di innovazione capace e aperto come chiave competitiva. Se tutta l’innovazione viene prodotta all’estero, si corrono due rischi. Primo: sei obbligato a importarla e quindi arrivi in ritardo. Secondo: probabilmente non è quella che serve a al tessuto del Paese. Il distretto è punto di accesso all’ecosistema fintech che riunisce startup, imprenditori, istituzioni finanziarie, investitori e università, con l’obiettivo di favorire lo sviluppo dell’industria finanziaria del futuro e la crescita delle aziende del settore. Si tratta di un hub (la sede è in via Filippo Sassetti 32) in cui i principali operatori fintech presenti in Italia hanno la possibilità di lavorare insieme per favorire la nascita di collaborazioni industriali e commerciali e attrarre nuovi investimenti sulla scia di altre esperienze già presenti a livello internazionale come Level39 a Londra o Station F a Parigi.

D. Come fa una banca a digitalizzare il rischio?

R. La vera domanda è: come si può modificare il modello di business? La digitalizzazione va a toccare tutte le attività tipiche del nostro settore che gestisce transazioni, rischio e relazione col cliente, cioé anche informazioni. Tutto ciò è altamente digitalizzabile. Alcune norme (come la Ps2 e la Gdpr) ci impongono di aprire all’innovazione e questo obbliga gli operatori di mercato a fare scelte. La nostra è quella di provare a lavorare per creare una open banking platform, cioè un’infrastruttura tecnologica aperta a partire dalle Api, le interfaccie tecnologiche.

D. Farete acquisizioni mirate per portarvi in casa parte di quell’innovazione?

R. Anche. A livello di sistema, posso dire che in molti casi quell’innovazione va a confluire negli operatori esistenti. Le micro operazioni, quelle che ruotano intorno a idee, uomini e start-up, saranno numerose sul mercato. Hype uno dei nostri prodotti aperti nasce anche dall’acquisto di una start up; in altri casi non si compra ma si stringono partnership. Comunque sì, guardiamo ad alcune opportunità come normale sviluppo dell’open innovation; ma non le definirei operazioni, piuttosto adattamenti che faremo per adeguarci allo scenario.

 

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